Conoscere quanto il virtuale sia fortemente reale per comprendere e proteggersi.
Università La Sapienza e Polizia postale, in collaborazione con il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità hanno presentato una ricerca scientifica sulla percezione dei reati commessi in rete.

canoneCyberbullismo, adescamento, autolesionismo, dipendenze on line e sexting sono stati trasformati in un questionario sottoposto a duemila ragazzi tra i 13 e i 17 anni che, in forma anonima, hanno indicato quali siano i comportamenti che considerano gravi, quali le colpe attribuite alle vittime, quali adulti vorrebbero coinvolgere se fossero i protagonisti di storie simili.

Dai dati emersi è stato poi creato il compendio Safe web, presto disponibile come e-book: al suo interno una raccolta di schede esplicative sulle caratteristiche dei singoli atti e le indicazioni per riconoscerli, prevenirli e combatterli.
Il toolkit Safe Web è stato validato dal Comitato Scientifico del Centro Studi FAR.Web, guidato dal Direttore Centrale della Polizia Stradale, Ferroviaria, delle Comunicazioni e per i Reparti Spaciali della Polizia di Stato (Prefetto Roberto Sgalla) e presieduto dalla professoressa Anna Maria Giannini con la partecipazione del professor Massimo Ammaniti, delle professoresse Rita Scardaccione, Anna Costanza Baldry, dei professor Nicolai, Violani, Ferracuti e del vice presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, professor Pietro Stampa.

La metodologia
Il questionario era finalizzato a indagare abitudini di utilizzo e di condivisione di vari materiali sui vari social e, insieme, di capire il grado di consapevolezza rispetto ai reati informatici che essi stessi possono compiere o subire e delle possibili implicazioni dei loro comportamenti.

Alla ricerca hanno partecipato 1874 ragazzi, di cui 971 ragazzi e 856 ragazze, con un’età media di 15 anni e 4 mesi.

I risultati
I ragazzi utilizzano i social network varie ore al giorno, soprattutto Whatsapp e Facebook, come anche Instagram. Foto e messaggi, infatti, sono i materiali maggiormente condivisi (6 ragazzi su 10) attraverso i cellulari, mentre i pc condivisi con qualcuno sono utilizzati solo dall’1% del campione.

Socializzazione e curiosità sono i motivi per cui i ragazzi utilizzano i social ma tra le risposte 1 ragazzo su 10 dice anche che i social servono per mostrare altri lati personali e flirtare.

Sul capitolo privacy si muove il dato più spinoso: il materiale condiviso è visibile a “tutti” nel 35,62% dei casi quando si analizzano le risposte dei ragazzi frequentanti la scuola secondaria di secondo grado. In altre parole, per una gran parte dei ragazzi intervistati i materiali pubblicati in rete hanno diffusione limitata: una convinzione che li espone potenzialmente a un numero elevato di illeciti, come protagonisti attivi o passivi.
Infatti, chiamati a prendere posizione rispetto a delle storie proposte loro, emerge la difficoltà a prevedere le conseguenze di atti anche gravi, con una colpevolizzazione della vittima e una minimizzazione dell’entità della sofferenza causata, con la generale tendenza a rappresentare il tutto come un gioco.

Leggi l’abstract della ricerca  «E tu quanto #CONDIVIDI?

La video testimonianza sul profilo Twitter della Polizia di Stato

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